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La paura di una parola.

Una società che ha paura di una parola è una società che non merita eroi.

Una società che teme una parola non merita disprezzo ma solo compassione.

Anni fa, un paio o forse più, passeggiando con alcuni amici per una Marsala distratta e annoiata notammo dei manifesti che ricordavano il martirio del giudice Borsellino, ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992.

Nel leggere il ricordo che veniva fatto del magistrato scomparso, saltò immediatamente agli occhi una cosa che ci fece indignare: chi aveva scritto il manifesto, aveva dimenticato di inserire la parola MAFIA, sostituendola, intenzionalmente o meno, con un molto più generico e anonimo “Criminalità organizzata”…

Nessuna vena polemica, né voglia di denunciare nulla, ma seccati da quello che ritenemmo un'offesa per la memoria di tutti coloro che per mano di quella criminalità organizzata che i più coraggiosi chiamano mafia, armati di pericolosissimi pennarelli passammo una notte a correggere i manifesti scrivendo al fianco di quelle due parole anonime il loro vero nome.

Non immaginavamo, l’indomani, di trovare i manifesti strappati nell’angolo in basso a destra, proprio nel punto dove avevamo aggiunto la parola “mafia”.

"La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti.”.

È sera mentre scrivo queste righe, tra il pessimismo e la rabbia, rileggo queste poche parole di Borsellino, e mi vergogno della mia città, mi vergogno della mia terra e del mio paese, che dimentica e offende la memoria di uomini che hanno sempre lottato per quella legalità che oggi viene da ogni parte sbeffeggiata e stuprata.

Il nostro paese ha visto negli anni scorrere fiumi di sangue, la cosiddetta Prima Repubblica è stata pesantemente condizionata da un filo nero, una sequenza di stragi ed eventi che legano Portella della Ginestra con le bombe di Capaci e via D’Amelio, massacri dei quali sappiamo a mala pena il nome di alcuni degli esecutori materiali, ma delle quali sconosciamo completamente i reali ispiratori.

Ma se ci sono voluti più di cinquanta anni e il paziente e coraggioso lavoro di uomini come Giuseppe Casarrubea per iniziare a dipanare la matassa del vergognoso capitolo della strage di stato di Portella, della quale possiamo ora con certezza affermare che Salvatore Giuliano fu solo un mero esecutore materiale di ordini che venivano da molto in alto e con molta probabilità da oltre oceano, quanto dovremo aspettare perché si faccia luce reale sulla morte di Falcone e Borsellino?

Ancora oggi non c’è permesso sapere perché le stragi di Falcone e Borsellino siano state cosi feroci e soprattutto cosi vicine, con un modus operandi abbastanza inusuale che fa sorgere alcuni sospetti.

Infatti perché rischiare una guerra aperta con lo stato, perché rischiare la doppia reazione Stato Società civile?

Non è pensabile che non si fosse coscienti del rischio, ma allora, in questo caso, perché correrlo?

Forse, ma è solo una ipotesi il rischio si doveva correre: dovevano morire e dovevano morire in quel momento.

Forse si dovevano bloccare le indagini che i due magistrati avevano intrapreso?

Falcone e Borsellino avevano iniziato a indagare su intrecci tra mafia, massoneria, servizi segreti, finanza internazionale.

Si stavano interessando alla creazione di labirintiche reti di finanziarie ombra, istituti di credito off shore e paradisi fiscali in grado di riciclare tonnellate di dollari provenienti dai circuiti illegali del narcotraffico e dei traffici di armi e di valuta e le loro ricerche cominciavano a toccare sempre più da vicino gli intrecci tra mafia e politica(emblematica è la famosissima ultima intervista di Paolo Borsellino,nella quale si citavano importanti uomini politici e i loro collegamenti con altrettanto noti mafiosi).

Dopo Capaci, Borsellino sapeva di non avere più tempo, sapeva che stava per morire, ma è andato avanti…

Chi, negli attimi immediatamente successivi all’attentato, sfilò dalla borsa di cuoio poggiata sul sedile posteriore della croma blindata del giudice la sua agenda rossa, utilizzata da Borsellino per prendere appunti?

E chi, dopo la sua morte, manomise i suoi computer?

Di questi fatti non si è mai riuscito a sapere quasi nulla, mentre dopo tre processi e decine di condanne i misteri rimangono e si infittiscono.

E ci ritroviamo oggi con la lapide in memoria di Borsellino sfregiata da ignoti vandali,  mentre la memoria di quegli eventi tragici della nostra Repubblica sembra affievolirsi sotto i colpi inferti della paura strisciante, la paura di una parola.

 

Pubblicato il 20/7/2005 alle 0.28 nella rubrica antimafia.

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