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A cinque, sei, forse fino ai dieci anni ancora, si vive, credo in mondi strani, dove tutto si divide semplicemente tra bene e male, e tutto quello che non si riesce a comprendere o sfugge via tra ricordi, che dopo anni ci fanno sorridere, o s’imprime ferocemente nella mente, trasformando una parte dell’infanzia, uccidendola perfino.

Ancora oggi, a distanza di quasi venti anni ho ricordi di paure, di cose che non capivo e che tuttora stento a comprendere.

Non è facile crescere sereni in questo mondo maledetto, e non è facile avere eroi.

E quando cresci con la tv come tata e quando a sei, sette, otto anni guardi i telegiornali e non capisci nulla del perché di tutto quel sangue per le strade qualcosa ti rimane.

Rimane, a distanza di anni, un senso amaro, un senso di paura, il sapore di quella paura che mi accompagnava a letto.

Crescere in mezzo alle guerre di mafia lascia un segno.

Vedere la morte in tv, la morte vera, non quella dei film, e convincersi che tutta quest’isola è piena di gente malvagia pronta a uccidere per nulla, questo è stata la mia infanzia.

A volte c’era persino la paura di uscire di casa, e a volte, la paura era tra le quattro mura.

In tutto ciò, dai discorsi dei grandi sentivo parlare con speranza di un nuovo corso, che, finalmente, qualcosa si muoveva, qualcuno stava combattendo la piovra.

Ora, il mio cervello cominciò ad elaborare strane figure di uomini mitologici, un po’ superman un po’ batman un po’ supereroe.

E il nome di quell’ essere mitologico mi affascinava, il nome di un grande uccello che sorvolava le miserie del mondo e mandava in galera i cattivi.

Il tempo passava, crescevo e quel mito prendeva forma, aveva un volto ora, aveva una fisicità.

Avere come mito un uomo in carne ed ossa è pericoloso,soprattutto per un bambino di dodici anni, si vede il mito immortale e invulnerabile, che riesce  sfuggire al nemico, e che prendendolo in contropiede lo distrugge.

Un giorno caldo  ventoso, che da noi il vento non manca mai, mi trovavo al Biscione, in casa di parenti.

Era una giornata di festa, festa grande!

La zi’ Gnazina con figlie nuore nipoti e amici inaugurava il forno a legna e l’impastatrice nuova!Pane e panelle in quantità industriali, tutto fatto in casa.

D’un tratto, un’edizione flash del tg bloccò le donne infarinate, gli uomini che parlavano di vigne e politica, lo zu Mommo che bevevo vino (che l’acqua,a lui, ex marinaio,ha sempre fatto male) e noi bambini con i nostri giochi scemi.

L’avevano ammazzato.

Avevano fatto un cratere in mezzo ad una strada, e me lo avevano ammazzato.

Il mito era morto, quello era stato un simbolo di un cambiamento, il simbolo della lotta ,ora giaceva morente in mezzo a un’autostrada.

Il tempo passa, il ricordo di tante cose sfuma, ma tutto quel fiume d’emozioni sensazioni paure speranze sogni di quel giorno sono scolpite nel mio cervello.

E oggi dopo anni durante i quali si è passati da una rivoluzione morale ad un silenzio mortale, le uniche cose che ci circondano sono pazzi sulle poltrone del potere che farneticano su comunisti e toghe rosse, dimenticando che le toghe rosse in Sicilia sono quelle  insanguinate di servitori di uno stato canaglia che li abbandonò e che li abbandona, li attacca e li denigra giornalmente.

Addio Giovanni. Non so fare analisi, e forse non ho neanche voglia di provarci. Le lascio a chi ne sa più di me.

Mi alimento di rabbia, ricordi e studi.

Ho voluto, dopo anni, ricordare un momento della mia vita, il momento della mia infanzia che ricordo più distintamente. Non so quale fu la mano che scolpì quelle immagini nel mio cervello, so che tuttora mi sorreggono e mi spingono a protestare, a scrivere, ad organizzare, a vivere lottando contro la nostra mentalità, la nostra sicilianità, la nostra mafiosità, e il nostro modello culturale, il modello del più forte, della paura,  del “favore” e dell’amico di amici.

Odio tutto questo, e Falcone ha rappresentato e rappresenta l’emblema della lotta, della volontà e della forza di cambiare, ma i balconi vuoti di lunedì 23 maggio 2005, il fatto che ad un corteo pieno di ragazzini venuti da tutta Italia ho sentito parlare tutti i dialetti tranne quello palermitano, il fatto di sfilare con gente palesemente imbrattata di sangue, tutto questo mi ha disgustato e  mi disgusta ancora oggi e mi ha mostrato che forse, ormai, è tutto inutile.

Pubblicato il 28/5/2005 alle 3.19 nella rubrica antimafia.

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