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Sono partigiano, perchè odio chi non parteggia, odio l'indifferenza. ANTONIO GRAMSCI
SOCIETA'
2 ottobre 2007
mafia
 

Uomini delle cosche mafiose trapanesi hanno fatto irruzione l'altra notte nell'abitazione di Marsala del Pm della Dda, Roberto Piscitello, incaricato per la Procura di Palermo delle indagini sulla mafia nella provincia siciliana.
Sono entrati nella villetta del magistrato sfondando un vetro blindato dopo aver neutralizzato il sistema di allarme con uno schiumogeno e hanno rovistato fra i fascicoli processuali del magistrato lasciando invece intatti valori e suppellettili. Una chiara intimidazione, senza neppure mettere in scena un finto furto.
E' bello sapere che in un mondo in continua evoluzione, c'è qualcosa che non cambia mai.

16 novembre 2005
rieccomi a parlare di mafia, una novità per me, come sanno i miei pochi lettori.
Marsala, la mia città è in prima pagina da giorni, e ne sono felice.
anche se gli arresti molto probabilmente sono pilotati da fazioni politiche avversarie, sono contento che almeno un po' di marciume venga fuori:  l'importante è comunque che qualcosa si muova, anche se a smuovere la merda la puzza può diventare irresistibile e la voglia di andare via può crescere a dismisura.
a presto



permalink | inviato da il 16/11/2005 alle 13:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
15 settembre 2005
don pino

Padre Pino Puglisi è nato a Palermo il 15 settembre del 1937, muore per mano della mafia 56 anni dopo, il 15 settembre del 1993. Trentatre anni di vita sacerdotale, tre anni, gli ultimi, da parroco della chiesa di San Gaetano a Brancaccio. Fine educatore, capace di incidere nella formazione delle coscienze, in questo campo la sua attenzione fu rivolta in particolare verso i giovani e i bambini. Nel difficile quartiere di Brancaccio porta avanti la sua opera, come sempre nella sua vita, con coerenza e stile francescano. Il suo impegno era rivolto a promuovere il rispetto della dignità umana e per questo da prete missionario ha scelto di non fermarsi sotto l'ombra del campanile ma andare incontro alla gente del luogo per capirne i problemi e con loro battersi per l'affermazione dei propri diritti. In quella zona invivibile del quartiere Brancaccio incontrò un gruppo di abitanti, il Comitato Intercondominiale, con i quali condivise un impegno sociale rivolto ad ottenere i servizi primari mancanti nel territorio. Una collaborazione che fu in grado di creare, nel quartiere fortemente condizionato dal potere politico-mafioso, una nuova coscienza religiosa e civile. Alla nuova realtà che stava formandosi il potere politico-mafioso decise di porre fine in modo cruento uccidendo con padre Puglisi la speranza di un quartiere che voleva cambiare pagina. 

Associazione Intercondominiale Quartiere Brancaccio


perchè ogni giorno in sicilia deve essere un anniversario di morte?




permalink | inviato da il 15/9/2005 alle 16:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
20 luglio 2005
La paura di una parola.

Una società che ha paura di una parola è una società che non merita eroi.

Una società che teme una parola non merita disprezzo ma solo compassione.

Anni fa, un paio o forse più, passeggiando con alcuni amici per una Marsala distratta e annoiata notammo dei manifesti che ricordavano il martirio del giudice Borsellino, ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992.

Nel leggere il ricordo che veniva fatto del magistrato scomparso, saltò immediatamente agli occhi una cosa che ci fece indignare: chi aveva scritto il manifesto, aveva dimenticato di inserire la parola MAFIA, sostituendola, intenzionalmente o meno, con un molto più generico e anonimo “Criminalità organizzata”…

Nessuna vena polemica, né voglia di denunciare nulla, ma seccati da quello che ritenemmo un'offesa per la memoria di tutti coloro che per mano di quella criminalità organizzata che i più coraggiosi chiamano mafia, armati di pericolosissimi pennarelli passammo una notte a correggere i manifesti scrivendo al fianco di quelle due parole anonime il loro vero nome.

Non immaginavamo, l’indomani, di trovare i manifesti strappati nell’angolo in basso a destra, proprio nel punto dove avevamo aggiunto la parola “mafia”.

"La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti.”.

È sera mentre scrivo queste righe, tra il pessimismo e la rabbia, rileggo queste poche parole di Borsellino, e mi vergogno della mia città, mi vergogno della mia terra e del mio paese, che dimentica e offende la memoria di uomini che hanno sempre lottato per quella legalità che oggi viene da ogni parte sbeffeggiata e stuprata.

Il nostro paese ha visto negli anni scorrere fiumi di sangue, la cosiddetta Prima Repubblica è stata pesantemente condizionata da un filo nero, una sequenza di stragi ed eventi che legano Portella della Ginestra con le bombe di Capaci e via D’Amelio, massacri dei quali sappiamo a mala pena il nome di alcuni degli esecutori materiali, ma delle quali sconosciamo completamente i reali ispiratori.

Ma se ci sono voluti più di cinquanta anni e il paziente e coraggioso lavoro di uomini come Giuseppe Casarrubea per iniziare a dipanare la matassa del vergognoso capitolo della strage di stato di Portella, della quale possiamo ora con certezza affermare che Salvatore Giuliano fu solo un mero esecutore materiale di ordini che venivano da molto in alto e con molta probabilità da oltre oceano, quanto dovremo aspettare perché si faccia luce reale sulla morte di Falcone e Borsellino?

Ancora oggi non c’è permesso sapere perché le stragi di Falcone e Borsellino siano state cosi feroci e soprattutto cosi vicine, con un modus operandi abbastanza inusuale che fa sorgere alcuni sospetti.

Infatti perché rischiare una guerra aperta con lo stato, perché rischiare la doppia reazione Stato Società civile?

Non è pensabile che non si fosse coscienti del rischio, ma allora, in questo caso, perché correrlo?

Forse, ma è solo una ipotesi il rischio si doveva correre: dovevano morire e dovevano morire in quel momento.

Forse si dovevano bloccare le indagini che i due magistrati avevano intrapreso?

Falcone e Borsellino avevano iniziato a indagare su intrecci tra mafia, massoneria, servizi segreti, finanza internazionale.

Si stavano interessando alla creazione di labirintiche reti di finanziarie ombra, istituti di credito off shore e paradisi fiscali in grado di riciclare tonnellate di dollari provenienti dai circuiti illegali del narcotraffico e dei traffici di armi e di valuta e le loro ricerche cominciavano a toccare sempre più da vicino gli intrecci tra mafia e politica(emblematica è la famosissima ultima intervista di Paolo Borsellino,nella quale si citavano importanti uomini politici e i loro collegamenti con altrettanto noti mafiosi).

Dopo Capaci, Borsellino sapeva di non avere più tempo, sapeva che stava per morire, ma è andato avanti…

Chi, negli attimi immediatamente successivi all’attentato, sfilò dalla borsa di cuoio poggiata sul sedile posteriore della croma blindata del giudice la sua agenda rossa, utilizzata da Borsellino per prendere appunti?

E chi, dopo la sua morte, manomise i suoi computer?

Di questi fatti non si è mai riuscito a sapere quasi nulla, mentre dopo tre processi e decine di condanne i misteri rimangono e si infittiscono.

E ci ritroviamo oggi con la lapide in memoria di Borsellino sfregiata da ignoti vandali,  mentre la memoria di quegli eventi tragici della nostra Repubblica sembra affievolirsi sotto i colpi inferti della paura strisciante, la paura di una parola.

 




permalink | inviato da il 20/7/2005 alle 0:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
28 maggio 2005

A cinque, sei, forse fino ai dieci anni ancora, si vive, credo in mondi strani, dove tutto si divide semplicemente tra bene e male, e tutto quello che non si riesce a comprendere o sfugge via tra ricordi, che dopo anni ci fanno sorridere, o s’imprime ferocemente nella mente, trasformando una parte dell’infanzia, uccidendola perfino.

Ancora oggi, a distanza di quasi venti anni ho ricordi di paure, di cose che non capivo e che tuttora stento a comprendere.

Non è facile crescere sereni in questo mondo maledetto, e non è facile avere eroi.

E quando cresci con la tv come tata e quando a sei, sette, otto anni guardi i telegiornali e non capisci nulla del perché di tutto quel sangue per le strade qualcosa ti rimane.

Rimane, a distanza di anni, un senso amaro, un senso di paura, il sapore di quella paura che mi accompagnava a letto.

Crescere in mezzo alle guerre di mafia lascia un segno.

Vedere la morte in tv, la morte vera, non quella dei film, e convincersi che tutta quest’isola è piena di gente malvagia pronta a uccidere per nulla, questo è stata la mia infanzia.

A volte c’era persino la paura di uscire di casa, e a volte, la paura era tra le quattro mura.

In tutto ciò, dai discorsi dei grandi sentivo parlare con speranza di un nuovo corso, che, finalmente, qualcosa si muoveva, qualcuno stava combattendo la piovra.

Ora, il mio cervello cominciò ad elaborare strane figure di uomini mitologici, un po’ superman un po’ batman un po’ supereroe.

E il nome di quell’ essere mitologico mi affascinava, il nome di un grande uccello che sorvolava le miserie del mondo e mandava in galera i cattivi.

Il tempo passava, crescevo e quel mito prendeva forma, aveva un volto ora, aveva una fisicità.

Avere come mito un uomo in carne ed ossa è pericoloso,soprattutto per un bambino di dodici anni, si vede il mito immortale e invulnerabile, che riesce  sfuggire al nemico, e che prendendolo in contropiede lo distrugge.

Un giorno caldo  ventoso, che da noi il vento non manca mai, mi trovavo al Biscione, in casa di parenti.

Era una giornata di festa, festa grande!

La zi’ Gnazina con figlie nuore nipoti e amici inaugurava il forno a legna e l’impastatrice nuova!Pane e panelle in quantità industriali, tutto fatto in casa.

D’un tratto, un’edizione flash del tg bloccò le donne infarinate, gli uomini che parlavano di vigne e politica, lo zu Mommo che bevevo vino (che l’acqua,a lui, ex marinaio,ha sempre fatto male) e noi bambini con i nostri giochi scemi.

L’avevano ammazzato.

Avevano fatto un cratere in mezzo ad una strada, e me lo avevano ammazzato.

Il mito era morto, quello era stato un simbolo di un cambiamento, il simbolo della lotta ,ora giaceva morente in mezzo a un’autostrada.

Il tempo passa, il ricordo di tante cose sfuma, ma tutto quel fiume d’emozioni sensazioni paure speranze sogni di quel giorno sono scolpite nel mio cervello.

E oggi dopo anni durante i quali si è passati da una rivoluzione morale ad un silenzio mortale, le uniche cose che ci circondano sono pazzi sulle poltrone del potere che farneticano su comunisti e toghe rosse, dimenticando che le toghe rosse in Sicilia sono quelle  insanguinate di servitori di uno stato canaglia che li abbandonò e che li abbandona, li attacca e li denigra giornalmente.

Addio Giovanni. Non so fare analisi, e forse non ho neanche voglia di provarci. Le lascio a chi ne sa più di me.

Mi alimento di rabbia, ricordi e studi.

Ho voluto, dopo anni, ricordare un momento della mia vita, il momento della mia infanzia che ricordo più distintamente. Non so quale fu la mano che scolpì quelle immagini nel mio cervello, so che tuttora mi sorreggono e mi spingono a protestare, a scrivere, ad organizzare, a vivere lottando contro la nostra mentalità, la nostra sicilianità, la nostra mafiosità, e il nostro modello culturale, il modello del più forte, della paura,  del “favore” e dell’amico di amici.

Odio tutto questo, e Falcone ha rappresentato e rappresenta l’emblema della lotta, della volontà e della forza di cambiare, ma i balconi vuoti di lunedì 23 maggio 2005, il fatto che ad un corteo pieno di ragazzini venuti da tutta Italia ho sentito parlare tutti i dialetti tranne quello palermitano, il fatto di sfilare con gente palesemente imbrattata di sangue, tutto questo mi ha disgustato e  mi disgusta ancora oggi e mi ha mostrato che forse, ormai, è tutto inutile.




permalink | inviato da il 28/5/2005 alle 3:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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« [...] non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione [...] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini»

A. Gramsci., lettera alla madre

10 maggio 1928

 

 

 





  



  




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