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leceneridigramsci
Sono partigiano, perchè odio chi non parteggia, odio l'indifferenza. ANTONIO GRAMSCI
POLITICA
17 luglio 2007
Un po' di storia...
 

Stati Uniti, eversione nera e guerra al comunismo in Italia 1943 -1947

un interessante documento di giuseppe casarrubea




permalink | inviato da leceneridigramsci il 17/7/2007 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
POLITICA
27 maggio 2006
ritornare al movimento e rifondare la politica

Prendo spunto dal post del compagno Bucharin.

Credo che in questo momento storico sia necessario rifondare e ritornare al movimento per rifondare la politica.

Il dibattito dottrinario ideologico sul marxismo leninismo è molto interessante, ma credo che sia necessario analizzare a fondo il nostro ruolo oggi.
 L’idea di una rivoluzione dall’alto guidata da elités-avanguardia credo che sia quanto di più lontano dal sentire delle masse ci possa essere.

E’ necessario ritornare alla base senza dogmatismi e ideologie sclerotizzate.
 Il socialismo,  il marxismo, le tensioni libertarie anarchiche, le varie correnti delle "sinistre", hanno tutte una base in comune, l’idea della giustizia e della libertà  che devono essere  a tutti riconosciuti e che dunque non esistano privilegi di casta o di classe.

In questo senso il ruolo di una elite che dall’alto impone una linea, non ha futuro.
Dobbiamo però partire da un dato: tutti gli osservatori hanno potuto notare la meravigliosa spinta alla partecipazione che la società civile ha dimostrato, per fare solo due esempi, per le primarie e per la costruzione del programma di Rita Borsellino.Una tale pulsione alla partecipazione spaventa i partiti, che già corrono ai ripari, mandando capi e capetti a imporre candidati non proprio limpidi, perché temono che la partecipazione popolare li scalzi dal ruolo egemonico.

Quale dovrebbe essere in questo contesto il nostro compito? Discutere su temi dogmatici è quanto di meglio si può fare per annoiare e allontanare le "masse".

Riaffermare dunque una base di idee e di principi comuni sulle quali cominciare un lavoro sul territorio, al di fuori di blogs, siti, email, stanze e sezioni dove ci si parla addosso dicendo le stesse cose in modo diverso. L’incontro con le masse, con la società civile è necessario, come è necessaria una rete nazionale di comitati locali non autoreferenziali. Ho gia parlato della necessità di unità in altri post un po’ datati,

Infondere la consapevolezza che la spinta popolare può portare la politica a rifondarsi e non guardare più a interessi lobbistici ma ai diritti degli individui è già di per se una piccola rivoluzione. E’ una rivoluzione graduale e dei piccoli passi, senza imposizioni dall’alto ma che si costruisce ascoltando e facendo proprie le istanze della società e degli individui.

Grandi sfide sono alla porta, dalla lotta contro la privatizzazione dell’acqua alla lotta alle mafie, alla lotta per la democrazia.

Non nego il ruolo dei partiti, che ritengo i mezzi necessari per raccogliere input che vengono dalla società civile, per fornire poi gli output necessari attraverso azioni di governo, ma nego il loro ruolo egemonico e critico la loro lontananza dalle masse se non nei periodi elettorali. Un movimento serio ha il compito di diventare strumento di pressione per bloccare gli attacchi ai diritti alla salute, alla democrazia, ai beni comuni come acqua, aria, ambiente.

Con Kilombo è nata una rete, sparsa in tutta Italia, una solo una rete virtuale. Facciamo in modo che si possa creare una rete reale, una rete di realtà locali che lavorino nel territorio per il territorio, entriamo in contatto con le masse partendo dal movimento per rifondare la politica, per una rivoluzione graduale ma necessaria, una rivoluzione culturale e democratica.

Il nostro ruolo è dunque studiare, interpretare e comprendere i bisogni di progresso sociale e politico che emergono dal paese, per un progresso storico e una democrazia crescente, attraverso una politica che garantisca democrazia e che porti a una cultura della legalità e dei diritti.




permalink | inviato da il 27/5/2006 alle 0:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
12 giugno 2005
chi l'ha visto?
SCOMPARSO UN UOMO A PALERMO:

DA QUARANT'ANNI NON SI HANNO PIù NOTIZIE.

GLI AMICI PREOCCUPATI LANCIANO UN APPELLO:

BERNA', TORNA...STA CASA ASPETTA A TE...

ALLEGO DI SEGUITO UN DISEGNINO DELL'AMICO DEGLI AMICI.

SE VI CAPITASSE DI VEDERLO, MAGARI IN QUALCHE CLINICA DI MARSIGLIA O PALERMO

PALERMO MENTRE GUSTA UN PANINO CA MEUSA (panino cn la milza), SI PREGA NON DI

AVVERTIRE LA "FAMIGLIA" , MA LE FORZE DELL'ORDINE.

GRAZIE.



Bernardo Provenzano, boss dei boss.



permalink | inviato da il 12/6/2005 alle 2:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
16 maggio 2005
IO SO
Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.



permalink | inviato da il 16/5/2005 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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A. Gramsci., lettera alla madre

10 maggio 1928

 

 

 





  



  




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